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Vermiglio nei secoli XVII e XVIII: un’economia che cambia

di Martedì, 03 Febbraio 2015

Vermiglio nei secoli XVII e XVIII: un’economia che cambia di Felice Longhi 

 

Non passano più le greggi su e giù

Al tintinnio squillante delle campanelle,

Non irrompono più i canti dei pastori

Nel sonno profondo del sentiero.

 

                 Bartolomeo Delpero

                Quando ci si incontra con l’amico Gino Delpero, l’interesse comune per la storia locale indirizza spesso il nostro discorrere sugli studi dendrocronologici effettuati dalla équipe del prof. Carlo Baroni dell’Università di Pisa, su vari elementi strutturali lignei dei masi di alcune località limitrofe a Vermiglio.

I risultati scaturiti dalla ricerca dell’ateneo toscano dimostrano che le case rurali prese in esame siano, più o meno, di coeva realizzazione e risalenti alla fine del XVII ed inizi del XVIII secolo. Questa contemporaneità, ovviamente subordinata alle eccezioni nonché all’eventuale errore matematico delle rilevazioni, risulta ad entrambi piuttosto curiosa. Perché in un certo periodo storico inizia la costruzione dei masi isolati, in quota o comunque distanti dall’abitato?

Nasce in questo modo l’idea di compiere una piccola indagine, al fine di capire in quale contesto storico avviene quella trasformazione dell’economia di un piccolo paese di montagna che porta alla necessità di costruire masi in località lontane dal centro urbanizzato.

Condividendo il pensiero dello storico francese Jean-Pierre Vernant, a proposito dei risultati “certamente parziali e provvisori, come sempre per qualsiasi studio storico”, consci dei nostri limiti, ci accingiamo ad addentrarci con prudenza in un periodo della storia di Vermiglio, con la speranza che in futuro qualcuno con strumenti più sensibili, bravura e perché no, fortuna maggiore della  nostra, possa renderla più esaustiva.

“Et quasi tutti sono pegorari”

                Alle difficoltà oggettive date dall’eterogeneità del territorio trentino, nello studio del sistema agricolo del Cinquecento e del Seicento si sommano carenze di dati scientifici circa una completa conoscenza della variabile data dal clima, lacuna che gli studi dendrocronologici stanno progressivamente aiutando a colmare. Per questo la storiografia del Trentino agisce con prudenza nell’individuare caratteristiche generali ed assolute, cercando di non esporsi al rischio di tralasciare peculiarità a prima vista marginali ma che, se viste da prospettiva diversa, potrebbero invece risultare significative. Tuttavia, per quanto riguarda gli studi sull’economia rurale della media ed alta montagna, nel Cinquecento e nel Seicento si conviene nel rilevare una massiccia presenza di ovini sicuramente superiore a quella bovina; infatti il territorio è sfruttato fin dove la quota lo permette per la coltivazione dei cereali: limitate sono quindi le zone da destinarsi alla falciatura, di conseguenza il fieno necessario in inverno per i bovini (animali del resto frequentemente esposti ad epizoozie) è scarso. Le pecore al contrario svernano in pianure anche oltre confine (Veneto e Lombardia). L’economia rurale è comunque vista in ottica di costante dinamismo, tendente a spostarsi sempre più a monte, strappando con fratte e roncati nuove aree boschive da destinare alla semina ed al foraggio[1].

Venendo al nostro quesito, non è corretto cercare di  individuare un motivo particolare o una causa ben precisa che giustifichi la realizzazione dei masi isolati: già da due secoli per esempio le Valli di Peio e Rabbi (in verità anche altri paesi della Val di Sole e probabilmente anche Vermiglio, ma non in maniera così marcata) hanno iniziato la costruzione di masi distanti dal paese[2].

Solo l’analisi dei movimenti evolutivi socio-economici di Vermiglio in quel preciso periodo storico, può aiutarci a capire in quale contesto una serie di fenomeni, e quindi non solo l’oggetto di questa ricerca, abbiano trovato ambiente favorevole alla loro realizzazione.

Purtroppo non esiste né un archivio di fonti di prima mano esaustivo né una storiografia specifica che ci illumini su Vermiglio nel periodo a cavallo dei secoli XVII e XVIII, se si eccettua l’opera curata da Fortunato Turrini, Carte di regola della comunità di Vermiglio nel secolo XVII, volume edito nel 1989 dal Centro Studi per la Val di Sole, patrocinato dal Comune e dalla Cassa Rurale di Vermiglio[3].

Oltre alla trascrizione della Regola, il curatore, nella sua introduzione, fornisce un quadro dell’assetto socio economico della comunità. Vermiglio, si ipotizza, è costituito da un migliaio di abitanti, vive di un’economia silvo pastorale e di un’agricoltura di sussistenza, peraltro molto simile a quella degli altri paesi della Val di Sole, nonché del Trentino (la Regola stessa presenta moltissime analogie con altre carte della nostra Regione), seppur con tutti i distinguo del caso e con tutte le eccezioni che la quota, il clima, la geografia ed altri fattori, possono comportare.

Ma la lettura dei vari articoli della Regola ci fa cogliere anche altre sfumature e dedurre ulteriori particolari.

Innanzi tutto si nota che più di una quarantina dei novanta articoli della Regola trattano argomenti inerenti alla cura dei campi, dei prati e del bestiame: delineata in precedenza l’economia del paese, sembra però non esserci che la figura del contadino; un protagonista assoluto e talmente imponente da occupare tutta la scena.

Fa eccezione in un articolo la comparsa del tavernaro[4] che ha l’obbligo di mescere buon vino, ma soprattutto, pena un’ammenda, è esortato a non rimanerne sfornito per più di tre giorni.

E’ tuttavia difficile non immaginare la presenza in paese di persone dedite ad altri mestieri, ammettendo anche, usando termini d’attualità, che siano impegnati a tempo determinato (il falegname, il fabbro, il carpentiere, il mugnaio..), ma il regolamento pubblico li ignora, come se la loro presenza, comunque necessaria, fungesse solo da accessorio e fosse aliena alle sorti della comunità.

Uno studio sociologico sulle carte di regola trentine ha definito le comunità, ma forse è più opportuno parlare di civilizzazioni, che le hanno prodotte, come modelli di economie dirette. Ben lungi dallo sconfinare in terreni di altrui competenza, ci sembra appropriato pensare ad una società governata da una oligarchia contadina, decisamente conservatrice, diffidente, talvolta discriminante, coagulata intorno all’esigenza di uno sforzo comune nella gestione dei beni collettivi, per fini meramente economici. Ci si trova a concordare con l’intuizione antropologica che riscontra fattore comune alle comunità di montagna la presenza del “contadino benestante, proprietario di una certa quantità di terreni e di un numero di capi di bestiame che gli permettono una vita agiata”[5], attorno al quale, privi di una rappresentanza politica, gravitano, tornando alla Regola,  braccianti, forestieri ed infine i pastori, i poveri e gli infermi, quest’ultimi degni della carità solamente a patto che vengano “drio alla processione”[6] religiosa che, questa è soltanto una sensazione ed una interpretazione personale, può essere inteso non solo come un’imperiosa sollecitazione al prendervi parte, ma anche un esplicito suggerimento alla posizione da tenervi: in fondo.

Un altro particolare che salta subito all’occhio è la vasta gamma di valuta circolante a Vermiglio: dai troni, ai ragnesi, dai grossi alle lire. Senza entrare nel merito della numismatica, materia della quale siamo purtroppo digiuni, il dato è testimone del fatto che il vicino[7] medio possiede del denaro. Di primo acchito la considerazione sembra banale, ma come può un’economia di mera sussistenza, produrre un profitto in moneta? Si noti appunto che le infrazioni alla Regola comportano sanzioni pecuniarie, mentre le varie tasse pagate al Principe Vescovo o ai vari signori infeudati sono pagate in natura! Ipotizzando anche la presenza del baratto, a Vermiglio esiste una qualche forma di mercato che produce denaro.

Ora, procedendo per esclusione, si può immaginare che qualche provento sia potuto scaturire dalla produzione casearia o dalla vendita di qualche giumenta, ma anche ipotizzando una processo che dopo aver soddisfatto le necessità famigliari abbia le dimensioni di proporsi come offerta, a chi sarebbe rivolta se, bene o male, sia in paese che in valle è costante il possesso dei bovini? Molto improbabile, dunque, la presenza di una domanda tale da sviluppare un mercato rilevante.

Se guardiamo invece ai cereali e in generale a ciò che i campi avrebbero potuto offrire, la produzione di orzo, frumento, segale e, se vogliamo, anche rape (ricordiamo che le patate arrivano solo verso la fine del Settecento), pur considerandola nell’ottica più ottimistica, sarebbe stata più fiorente ed appetibile di quella di paesi favoriti da posizione geografica e quindi da clima più generosi? Tuttora scendendo lungo la nostra  valle notiamo, avvicinandoci a Mostizzolo, come la Val di Sole inizi ad assumere caratteristiche simili, dal punto di vista agricolo, a quelle della Val di Non per la coltivazione delle mele; non occorre aggiungere altro se ricordiamo che all’epoca l’Anaunia era considerata il granaro di Trento!

Non è da escludere un profitto tratto dalla vendita del legname ma, come adesso, l’eventuale beneficiaria ne sarebbe stata l’intera comunità, non certo singoli privati essendo il bosco di rigorosa proprietà collettiva.

Ecco che quindi, esclusi i suini, pollame, conigli e le capre (queste ultime spesso malviste quando troppo numerose per i danni arrecati alle piante giovani), bestiame presente ma destinato all’autoconsumo, non ci resta che focalizzare la nostra attenzione sulle pecore e su ciò che producono: la lana.

La storiografia della Val di Sole ha sempre guardato a Vermiglio dal basso, dal fondovalle: alzandosi un poco sulle punte dei piedi ha dato una fugace occhiata ed è passata oltre, soffermandosi magari su altre peculiarità scarsamente utili ai nostri fini, ed omologandola a modelli tipicamente solandri e trentini.

Come spesso accade guardando le cose da un punto di vista diverso, magari opposto, si riescono a cogliere peculiarità in precedenza ignorate. Mettiamoci dunque al Passo del Tonale e diamo un’occhiata oltre confine, a quello che succede a Ponte di Legno e in generale nell’alta Valcamonica.

G. Goldaniga ci da un’idea abbastanza chiara: “punto di forza dell’economia camuna era la lavorazione della lana ad opera dei frati Umiliati, potendo contare nel 1562 su 100.000 pecore, ovvero 2 per abitante. Inoltre, occupava un posto di primo piano l’attività pastorale, specialmente in Alta Valle, come è attestato da alcuni manoscritti riguardanti la comunità di Ponte di Legno.”[8]

Ancora più significativa è una testimonianza del 1609 che ci informa che a Ponte di Legno, “li habitanti di questo Commune sono tutti contadini […] et quasi tutti sono pegorari, et dalle pecore cavano ogn’anno qualche quantità di denaro, così di lane, come di castrati  […][9]”.

Il quadro sembra ora più chiaro e, sebbene la presenza massiccia degli ovini sia documentata presso l’intera Val di Sole, a Vermiglio deve intervenire addirittura la Regola a porre dei limiti di possesso: per ogni singola famiglia sono concessi non più di quaranta capi di razza nostrana o tesina[10] (sono presenti altre razze ma mai prese in seria considerazione dai contadini che diffidavano della qualità: la Regola stessa non si preoccupa di porvi limite). Questa indicazione è significativa circa la volontà di razionalizzare il rapporto spazio di pascolo e quantità di bestiame ma anche sintomo dell’interesse dei paesani al possesso di un animale tanto mite quanto prezioso, sia per la lana che per la carne, (si noti che per l’altro bestiame non esiste infatti nessun limite quantitativo), la cui cura non ostacola eccessivamente il ritmo della vita del contadino. Le pecore infatti sono poste in due greggi e passano l’estate oltre il limite altimetrico accessibile ai bovini, governate dal pastore; quando l’inverno è alle porte, vengono tosate ed affidate ai pastori transumanti. Dopo aver svernato nelle pianure bergamasche e bresciane, talvolta cremonesi, ritornano in primavera per essere nuovamente tosate e tornare ai più alti pascoli. A conferma della ostinata tendenza al possesso di ovini a prescindere dalla saturità del territorio comunale,  un documento del 1674, conservato presso la parrocchia di Ossana, attesta che un certo Delpero Antonio di Vermiglio prende in affitto alcuni pascoli di quella comunità per le proprie pecore[11].

L’arte della trasformazione del prezioso vello in capi d’abbigliamento è tuttora custodita nella memoria di alcune persone anziane del nostro paese, a dimostrazione di una ancestrale vocazione artigianale. Non si può dire la stessa cosa nel contesto della città di Trento, dove sembra molto arretrata se non addirittura inesistente tale lavorazione. Alcuni documenti del Cinquecento ci danno notizia della presenza urbana di laboratori ma i cui concessionari sono forestieri, fra i quali è nominato anche un mastro proveniente dalla Val di Sole[12].

Ipotizzando la produzione media di un chilogrammo di lana a capo per tosatura, quella  quarantina di pecore (nessuna documentazione prova l’effettivo rispetto del limite numerico imposto, come peraltro di tutti gli altri capitoli della Regola) poteva rendere almeno ottanta chilogrammi annui di lana grezza per famiglia, ovvero un quantitativo che oltre a coprire il fabbisogno famigliare, permetteva un esubero da immettere sul mercato come materia prima o manufatto artigianale.

Non essendo significativa la presenza dei lanifici entro i confini del Principato, è dunque opportuno soffermarsi ora su ciò che accade oltre confine, ovvero conoscere orientativamente la consistenza di questo ramo produttivo.

I lanifici veneti e lombardi nei secoli XVII e XVIII

L’arte della lavorazione della lana si perde nella notte dei tempi. Ai nostri fini è interessante gettare uno sguardo più attento alla situazione dei lanifici in Veneto, ma soprattutto in Lombardia nel secolo VXII e XVIII.

Queste regioni, dal punto di vista amministrativo, appartenevano a quel tempo alla Repubblica di Venezia che, dopo anni di egemonia mercantile, inizia proprio in questi secoli il suo lento declino, comunque dignitoso alternato a momenti di serio affanno, che la vede attenta protagonista del mercato internazionale fino alla sua caduta nel 1797.

Se la Lombardia si distingue fin dal Medio Evo per i suoi lanifici capaci di competere con quelli toscani a livello europeo, non poche sono le testimonianze circa una presenza massiccia di laboratori della lana in tutto il  territorio lombardo-veneto, in particolare, non certo per un caso, nelle province pedemontane (tra le quali eccellono quelle di Padova, Verona, Vicenza, Treviso, Brescia e soprattutto Bergamo) anche in epoche successive. Capaci nel corso della prima metà del 1600 di sollevarsi da situazioni di crisi antecedenti, dette province permettono al settore laniero della Repubblica di “essere uno dei più importanti su scala europea, anche se certo fra i più dispersi, sfaccettati, eterogenei, eclettici.”[13]

Si noti che si parla di province, in quanto i lanifici non sono più da considerarsi, da questo momento in poi, fenomeno esclusivamente urbano ma principalmente extra urbano che tende, come molte altre attività, ad insediarsi presso fiumi e torrenti che offrono l’energia idraulica necessaria per la meccanizzazione della follatura[14] ed in seguito per altre lavorazioni di serie: a ragione si possono considerare prototipi di industrie[15].

Se la crescita non ha caratteristiche omogenee per tutte le province, non è tuttavia sbagliato evidenziare una linea comune di sviluppo: l’assenza di barriere di frontiera tra le due regioni permetteva un redditizio reciproco scambio di esperienze nei metodi di lavorazione della materia prima ed un lesta circolazione di informazioni sui gusti correnti; questo era ragione di una costante evoluzione tecnica nonché, di una puntualità molto gradita nel presentare modelli coerenti alla domanda di mercato del momento; d’altro canto portava a rivalità intestine con episodi di concorrenza sleale e contraffazione di marchi.

Le mete dei manufatti erano per lo più rappresentate dalle terre del Nord, Germania ed Austria in primis, ma si ha notizia di scambi anche verso Est presso le attuali Slovenia e Croazia.

Mercati preferiti dai commercianti di capi in lana erano dunque quelli di Bolzano (ogni anno vi si tenevano ben quattro fiere) e Bressanone, dai quali la merce proseguiva il suo viaggio verso le grandi città tedesche ed austriache.

Oltre all’abitudine di raggiungere Verona e quindi risalire la valle dell’Adige, i mercanti lombardi non disdegnavano il passaggio attraverso la Valcamonica per poi affrontare i valichi del Tonale o del Montozzo.

L’ingresso entro i confini del Principato Vescovile permetteva ai mercanti di approvvigionare ulteriormente il loro bagaglio con l’acquisto di eventuali prodotti dell’artigianato locale, appetibili se non altro, perchè ormai esenti dal dazio. Il viaggio inverso era caratterizzato dalla raccolta della lana grezza e, come spesso accade nelle zone di confine, non erano certo rari i fenomeni di contrabbando al fine di evitare i balzelli doganali: l’affascinante e misteriosa figura del contrabbandiere presente nella memoria storica della gente di Vermiglio, ci autorizza a pensare che anche in quel periodo il nostro paese non abbia fatto eccezione.

Nella seconda metà del 1600 la situazione inizia a mutare, si innescano una serie di processi di cambiamento che caratterizzeranno tutto il secolo successivo: nei mercati europei si registra un’impennata rilevante della presenza di capi di fabbricazione inglese prima, dalle Fiandre e dall’ Olanda in seguito.

In Inghilterra uno sviluppo maggiore oggettivo ed in particolare dei mezzi meccanici applicati alla lavorazione della lana permette di abbattere sensibilmente i costi di produzione e proporre merce con prezzi più accessibili di quelli continentali, anche se, a giudizio dei mercanti italiani di cui è lecito dubitare l’imparzialità, di qualità più scadente. Senza addentrarci specificatamente nel campo della storia  inglese e quanto le politiche coloniali di sfruttamento possano pesare sullo sviluppo di un’economia, ci preme solo far notare che nel 1649 Cromwell mette le mani sull’Irlanda, isola che atavicamente è dedita all’allevamento ovino, assicurando così a quella che ormai possiamo definire industria laniera una vera e propria miniera di materia prima ad un prezzo che ovviamente veniva deciso a Londra, non certo dai poveri pastori irlandesi.

Questa evoluzione poneva quindi in crisi i lanifici italiani relegandoli di fatto in posizione svantaggiosa. Era perciò giocoforza trovare nuove vie per colmare il gap venutosi a creare.

Per alcuni la lacuna sarà letale, per altri significherà investire in altri campi, altri ancora, con darwinistico adattamento, sapranno ritagliarsi ampi spazi d’azione sempre nel settore tessile; non pochi saranno quelli che punteranno con profitto alla  lavorazione della seta, dando un notevole spunto alla bachicoltura (l’economia della Val di Sole, fino a dove la quota lo permette, sarà caratterizzata fino alla fine del 1800 anche dalla coltura del gelso). Ultimi, non certo per quantità, quelli che innescheranno processi di rinnovamento rifacendosi ai modelli d’avanguardia. A titolo di esempio è interessante citare qui un saggio di Geoffrey J. Pizzorni circa la storia del lanificio Bonduri della Val Gandino nel bergamasco, “che impostava un processo di adeguamento ai nuovi standards di mercato… e chiamava in bergamasca un mastro probabilmente tedesco abile non solo nella realizzazione di panni all’uso d’Olanda, ma in grado anche di avviare la produzione di panni di fattura inglese.”[16]

 

Un’economia che cambia

 

Nessun documento in nostro possesso può quantificare il reale profitto di cui Vermiglio abbia goduto dal mercato della lana e neppure ci è dato sapere il tipo di reazione che le varie oscillazioni economiche di cui sopra abbiano innescato. Sappiamo però che la Guerra di Successione Spagnola (1701-1713/14) inaugurerà tragicamente il Secolo dei Lumi ed anche il Principato Vescovile sarà vittima degli eventi. Vermiglio e la Val di Sole saranno graziati dalla furia dei francesi del generale Vendome che compirà le sue razzie, culminate con il bombardamento di Trento in altre zone del Trentino. La Valle tuttavia è militarizzata, circondata dall’austerità che ogni conflitto comporta, gravata da contributi straordinari per le spese di guerra e la vicinanza di Vermiglio al confine è motivo di ulteriore disagio. Al Passo del Tonale vengono infatti realizzate opere di fortificazione e schierate le truppe a difesa della frontiera. Di fatto i contatti commerciali vengono bruscamente interrotti. Da questo momento in poi il Passo del Tonale sarà praticamente sempre militarizzato, se non addirittura campo di battaglia, fino al termine del secondo conflitto mondiale. Unita alla presenza di un clima sfavorevole, la scarsa sicurezza data da una frontiera sempre in agitazione può essere la ragione dell’assenza di masi in questa zona, con l’immancabile eccezione che vedremo in seguito, preferendo la costruzione di minuscoli baiti adibiti a ricovero temporaneo durante la fienagione. 

E’ ancora nel saggio di Pizzorni che possiamo farci un’idea del bilancio disastroso per il mercato laniero degli anni di guerra: il numero dei capi di lana venduti presso le fiere di Bolzano prodotti dal lanificio Bonduri nel picco del 1693 è pari a 78.465; durante il periodo del conflitto il calo dell’ attività commerciale è vertiginoso e nel 1712 le vendite si assestano alla quota di 14.335[17]. Un calo dell’ottantuno per cento è un dato assai significativo ed eloquente.

Se la fine del secolo XVII si chiude all’insegna di un relativo benessere per Vermiglio ma in generale per l’intera Val di Sole, tanto che nel 1700 il Magistrato delle valli di Sole e di Non scrive al Principe Vescovo che, viste le floride condizioni economiche, sarebbe opportuno approfittarne per esercitare una maggiore pressione fiscale[18], il nuovo secolo registra dunque un’inversione di tendenza. La crisi costringe la Valle a rivedere la propria economia.

Il costante aumento demografico che caratterizza l’intera Europa (specialmente nelle grandi città la crescita è esponenziale), le nuove scoperte scientifiche applicate all’agricoltura, i maggiori sforzi legati al conflitto portano ad un radicale rinnovamento delle attività agricole che, interessando praticamente tutto il secolo fino alla pietra miliare del 1789, getterà le fondamenta di un sistema che resterà valido fino alle più moderne applicazioni figlie degli studi genetici.

A Vermiglio, ancora oggi, a partire dal termine dell’alpeggio (fine settembre) fino alla fine di ottobre, o per lo meno fino a quando i rigori dell’incipiente stagione invernale lo permettono, si assiste ad un rito millenario: il pascolo cosiddetto vago o vano, ovvero ai bovini è permesso pascolare nei prati e nei campi intorno al paese, ed i vari appezzamenti di proprietà privata diventano per alcune settimane pascolo comune (già i Romani con l’istituzione del cosiddetto ager pubblicus si erano fatti pionieri di una pratica che possiamo considerare antenata di quella sopra descritta). Questo sistema ben radicato in tutte le pianure europee, caratterizzate da ampie aree destinate al maggese[19] e da un clima decisamente più mite, era valido per tutto l’arco dell’anno: anche i più poveri braccianti, sprovvisti di stalle per il ricovero invernale del bestiame, potevano permettersi di possedere un qualche capo che soddisfacesse le più vitali esigenze[20].

Sarà ancora l’Inghilterra che batterà la pista del cambiamento. Ai cosiddetti open fields[21], a partire dalla seconda metà del 1600, si sostituiranno progressivamente le enclosures[22]: ovvero il territorio destinato al pascolo comune viene recintato e diventa di fatto proprietà privata. Il filosofo Locke sarà entusiasta sostenitore di questa evoluzione, sebbene ammonisse alla preservazione od alla bonifica di nuova terra da adibire a spazio comune, in misura proporzionale ai territori privatizzati. E’ ragionevole temere che la seconda parte della teoria non sia stata rispettata.

Germania, Francia ed Italia alla distanza di una manciata di decenni seguiranno l’esempio: abbandoneranno il maggese ed inizieranno una costante opera di recinzione, grazie a concessioni, privilegi, affitti, che di volta in volta vengono concessi. E’ la fase embrionale della nascita di una borghesia agricola: inutile chiedersi quale ceto maggiormente soffrirà le conseguenze di questa trasformazione!

Leggermente differente è il mutamento nelle comunità montane: ad un lento ma costante calo dell’interesse verso gli ovini, corrisponde la crescita proporzionale della zootecnia bovina (l’aumento demografico implica un crescita della domanda di carne da macello), a cui si accompagna ovviamente l’incremento del fabbisogno foraggiero necessario per l’inverno. A questa necessità si fa fronte sacrificando i pascoli comuni che, fino ad una certa altimetria, saranno negati al bestiame e sottoposti alla falciatura. Lo storico francese Marc Bloch identifica in questo periodo storico “la fine delle comunità, e la nascita dell’individualismo agrario”.

Alla luce di queste considerazioni, a questo punto sembra chiaro anche ciò che succede a Vermiglio.

Essendo sempre più raro il transito dei mercanti di lana[23] per i motivi che abbiamo visto in precedenza, vengono a mancare quei contatti con la Valcamonica che, oltre ad offrire un modello ed uno sbocco per un determinato tipo di economia, erano anche antropologici e culturali (basti pensare all’influenza bresciana e bergamasca nel dialetto di Vermiglio o all’origine di certi cognomi tipicamente lombardi tuttora presenti a Vermiglio). E’ dunque questo il momento in cui le necessità impongono l’assunzione di un modello di sviluppo diverso, da ricercarsi inevitabilmente nel versante trentino. Modello per altro da sempre sottomano e mai accantonato.

Le località in alta montagna, regno esclusivo delle malghe per i bovini da latte e pascolo del bestiame più minuto, iniziano progressivamente a cedere spazi dell’alpe collettiva a singoli privati per la falciatura. Le porzioni sono quelle situate alla quota immediatamente inferiore di quella di costruzione della malga; seguendo un processo comune a livello europeo, dapprima le concessioni, assegnate mediante sorteggio (le sort) sono annuali, in seguito poliennali ed infine diventano possesso definitivo.

Ormai l’economia silvo pastorale passa il testimone ad un’economia d’allevamento bovino. Ed è proprio questo tipo di economia che necessita di nuovi spazi per stoccare un volume di fieno maggiore. Ecco quindi la necessità di costruire un maso in quota, non solo come magazzino supplementare per il foraggio prodotto in loco, ma anche a dare eventuale ricovero in inverno ai bovini giovani: l’incremento dell’allevamento esaurisce la capienza delle stalle in paese.

Registri degli atti di regola (conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Vermiglio) di fine 1700 ed inizi 1800, documentano numerose richieste di “un poco di sito” per la realizzazione di un maso a Boai, a Verniana, a Strino, a testimonianza della ormai radicata tendenza economica non solo del paese, ma di tutta la Val di Sole. Un’indagine del 1812 dà notizia di una valle caratterizzata dall’allevamento dei bovini, “che alle fiere di San Matteo e di San Simone a Malè attira mercanti Bresciani, Veronesi e Vicentini che fanno scorrere migliaia di fiorini”[24]. Questo comunque non deve indurre a pensare ad una netta cesura del possesso degli ovini, ma ad un lento affievolirsi che si spegnerà definitivamente solo nel secolo scorso.

Se solo nel 1644 la comunità di Vermiglio concedeva, dopo una diatriba legale, ad un certo Bartolomeo Paniz detto Farinel l’autorizzazione ad un uso esclusivamente famigliare del maso che aveva eretto al Passo del Tonale[25] (il soprannome potrebbe indicare orientativamente il luogo: le attuali mappe catastali identificano con questo toponimo un’area compresa tra l’Ospizio San Bartolomeo e la Malga Valbiolo, alle propaggini sud-ovest del monte Tonale Orientale), non senza scrupolose raccomandazioni e rigide condizioni pena l’obbligo della demolizione, nel giro di pochi decenni le concessioni del poco di sito vengono rilasciate con maggior scioltezza, dando vita a quello che oggi definiremmo un boom edilizio, ovviamente distribuito su di un arco di tempo molto ampio, che giunge fino ai primi decenni del secolo scorso (si possono portare a titolo di esempio i ruderi in località Masi di Strino che si incontrano a monte della strada; testimonianze orali ne fanno risalire l’originaria costruzione a dopo il 1920: la conferma scientifica di una costruzione post bellica si può trovare nell’ attenta osservazione delle morsole[26] del manufatto tuttora ben visibili, che presentano blocchi di cemento provenienti dalle fortificazioni austriache limitrofe, impiegati come pietre angolari).

Sicuramente inconsapevole, il nostro illustre paesano Farinel fu pioniere di un cambiamento epocale destinato a durare per più di tre secoli in seguito.

Solo dopo la seconda guerra mondiale, con l’assestamento delle democrazie occidentali europee, avviene un nuovo radicale cambiamento: per quanto riguarda l’agricoltura, l’assunzione di un modello, questa volta proveniente da oltre oceano, porterà alla completa meccanizzazione del lavoro dell’allevatore e del contadino in generale e compiendo una severa selezione, trasformerà la zootecnia bovina in una industria legata alle logiche di produttività e competitività. Localmente il cambiamento sarà più dilazionato nel tempo ed eroso da interessi completamente diversi (il turismo), che comunque porterà all’abbandono dei masi sparsi: alcuni, trasformati in chalet, sono stati salvati dall’oblio solo negli ultimi decenni per fini esclusivamente di residenza temporanea estiva per una forma di villeggiatura estrema.

[1]  GAURO COPPOLA, Agricoltura di piano, agricoltura di valle,  in M. BELLABARBA, G. OLMI (a cura di), Storia del Trentino. L’età moderna, IV,  Il Mulino, Bologna 2002, pp. 235-251.

[2] FORTUNATO TURRINI, Per una storia dei masi in val di sole, in GUIDO MORETTI (a cura di), I masi delle valli di Peio e Rabbi, Tipoarte, Bologna 1997, pp 9-31.

[3] FORTUNATO TURRINI, Carte di regola della comunità di Vermiglio nel secolo XVII, Malè (TN) 1989.

[4] Ibidem, pag. 38.

[5] ALBERTO DELPERO, E al Palù lè bèlo, in Lingére. Testimonianze di lavoro nei cantieri idroelettrici della Val di Pejo, COMITATO FORTE          STRINO-VERMIGLIO, Nuove arti grafiche, Trento 2006, pag. 34.

[6] FORTUNATO TURRINI, Carte di regola della comunità di Vermiglio nel secolo XVII, pag. 52-53.

[7] Vicino, regolano o comunista: il rappresentante maschio di una famiglia (ovvero di un fuoco), con diritto di voto e di essere eletto alle varie cariche della Regola.

[8] G. GOLDANIGA., Gaì, Gavì, Gaù di Valcamonica e delle Valli Bergamasche, l’antico gergo dei pastori, tipolitografia Lineatografica, Boario Terme (BS) 1995, p. 8.

[9] G. VITALI., A. D. 1609. Dossier sulla Valcamonica. Il catastico di Giovanni da Lezze, San Marco Cividate Camuno (BS) 1977, pp. 34-36.

[10] FORTUNATO TURRINI, Carte di regola della comunità di Vermiglio nel secolo XVII, pag. 40.

[11] GIOVANNI CICCOLINI, Inventari e regesti degli Archivi Parrocchiali della Val di Sole, III, Trento 1936, pag. 86.

[12] RENZO SABBATINI, Manifatture e commercio, in M. BELLABARBA, G. OLMI (a cura di), Storia del Trentino. L’età moderna, IV,  Il Mulino, Bologna 2002,  pag. 287.

[13] Walter Panciera, Qualità e costi di produzione nei lanifici Veneti (Secoli XVI-XVIII), 

http: eh.net/XIIICongress/cd/papers/16Panciera343.pdf.

[14] Operazione con la quale si fanno restringere e feltrare i panni di lana sottoponendoli a pressione, previo bagno in liquido adatto.

[15] Salvatore Ciriacono, Le trasformazioni economiche dal 1650 all’unificazione in C. Fumian e A. Ventura (a cura di) Storia del Veneto (Storie regionali, 4), Laterza, Roma-Bari 2000, pp.45-66.

[16] Geoffrey J. Pinzorni, Di fronte alla crisi: strategie commerciali e innovazione di un’impresa laniera gandinese del XVII secolo, http:eh.net/XIIICongress/cd/papers/16Pizzorni111.pdf.

[17] Ibidem, pag. 8.

[18] GIOVANNI CICCOLINI, Inventari e regesti degli Archivi Parrocchiali della Val di Sole, pag. 92.

[19] Campo lasciato per qualche tempo a riposo senza semina, in modo da acquistare fertilità.

[20] MARC BLOCH, La fine della comunità e la nascita dell’individualismo agrario, Jaka Book, Como 1997.

[21] Prati aperti.

[22] Chiusure, recinzioni.

[23] Ovviamente il discorso vale con  biunivocità anche per altre categorie: minatori, braccianti stagionali, artigiani ambulanti…

[24] LUIGI FLAMMANINI, Dell’Agricoltura della Valle di Annone nel Dipartimento dell’Alto Adige. Memoria del sig. D. Luigi Flammanini Parroco di Aes [sic], in “Annali dell’Agricoltura del Regno d’Italia”, vol.II, 16, 1812, pp. 212-236.

[25] FORTUNATO TURRINI, Carte di regola della comunità di Vermiglio nel secolo XVII, pag. 68-70.

[26] Le strutture angolari in muratura. Il sistema di masi in questa località è stato completamente devastato da un incendio nei primi anni Settanta.

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